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8 giugno 2011

Cosa si brucia negli inceneritori italiani?

Pubblichiamo un interessante articolo di wired che fotografa il "parco" inceneritori italiano.

Buona lettura.

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Cosa si brucia negli inceneritori italiani?


Percepivano milioni di euro di incentivi per la produzione di energia pulita, poi però nell'inceneritore ci finiva di tutto, compresi rifiuti marcati come speciali pericolosi. Il giro di tangenti che ha fatto finire agli arresti domiciliari Angelo Dario Scotti e altri, tra cui alcuni funzionari del Gestore servizi energetici, riporta sulle prime pagine dei giornali le problematiche legate agli inceneritori e al loro discusso utilizzo per lo smaltimento dei rifiuti speciali.

Abbiamo colto l’occasione per andare ad analizzare la situazione degli inceneritori sul suolo italico, partendo dalla loro distribuzione regionale, fino ad arrivare ai problemi legati alle ecomafie e ai contaminanti rilasciati nell’atmosfera.

Rifiuti in Italia: tipologie e smaltimento
La produzione di rifiuti urbani in Italia orbita intorno ai 32 milioni di tonnellate l’anno (dati Ispra), ripartite in modo tutt’altro che equo fra le vari regioni italiane (15 milioni al Nord, 7 al Centro e 10 al Sud). Si tratta di quei rifiuti prodotti dalle abitazioni urbane, dalla pulitura delle strade e dal trattamento della vegetazione pubblica, in ogni caso, si tratta di rifiuti non classificati come pericolosi. Di questi, almeno l’11% è destinato a essere bruciato negli inceneritori.

La produzione di rifiuti speciali invece sfiora i 140 milioni di tonnellate all’anno (dati Ispra). Gran parte di questi sono rifiuti derivanti dall’edilizia e dall’industria agroalimentare. Di questi, solo lo 0,8% finisce in un inceneritore. Esiste però una frazione di rifiuti speciali, pari a 11,3 milioni di tonnellate, che vengono classificati come pericolosi, in massima parte derivanti dall’industria chimica e metallurgica (ma comprendente anche i rifiuti urbani pericolosi). Tra questi, la percentuale di smaltimento tramite incenerimento sale al 3,8%.

Inceneritori in Italia: dove e quanti?
A oggi, sul suolo Italiano si contano 51 inceneritori così ripartiti: Lombardia (12), Emilia-Romagna (8), Toscana (8), Veneto (4), Lazio (4), Piemonte (2), Puglia (2), Basilicata (2), Sardegna (2), Calabria (1), Sicilia (1), Campania (1), Marche (1), Umbria (1), Friuli-Venezia Giulia (1) e Trentino-Alto Adige (1). Si tratta per la maggior parte di inceneritori a griglie, tra i quali, per capacità di smaltimento, spiccano quello di Trezzo sull’Adda e quello di Brescia. Quest’ultimo, con le sue 750.mila tonnellate di rifiuti smaltiti ogni anno, è stato riconosciuto dal Waste-To-Energy Research and Technology Council ( Wtert) come “ il migliore del mondo” (nonostante ciò, è stato protagonista di due violazioni delle direttive europee, sfociate poi in una condanna).

Va notato inoltre che, su 51 impianti presenti sul suolo italiano: 2 non prevedono alcun recupero energetico dall’incenerimento (Messina e Rufina), 2 non sono più operativi (Vercelli e Statte), e uno (quello di Mergozzo) potrebbe presto chiudere i battenti.

A questi se ne aggiungono 5 (Malagrotta, Colleferro, Gioia Tauro, Pietrasanta e Terni) che sono stati negli ultimi anni posti sotto sequestro a causa di illeciti nella gestione.

Il business criminale dietro la termovalorizzazione
Se il dottor Scotti oggi è agli arresti domiciliari, è perché nel suo impianto di smaltimento, che lo Stato incentivava affinché producesse energia dall’incenerimento delle biomasse (nello specifico: la lolla, sottoprodotto della lavorazione del riso), a quanto pare sarebbero stati bruciati anche altri rifiuti, tra cui l’inquinantissima plastica. Stando ai calcoli del Corpo Forestale, la lolla rappresenterebbe solo il 10% di quanto veniva bruciato presso la centrale a biomasse di Pavia, il resto sarebbe stato costituito da legname (20%) e plastica (70%).

Ma il caso dell’inceneritore a biomasse di Pavia è solo l’ultimo di una lunga serie. Oltre ai sequestri ai danni di altre centrali a biomasse, le recenti indagini su impianti come quello di Colleferro testimoniano come quello dei rifiuti e del loro smaltimento sia ormai un business che fa gola a molti, senza escludere la malavita organizzata. Un business che, stando all’ultimo rapporto Legambiente sulle Ecomafie, rappresenterebbe il 41% di un giro di affari illeciti che ha ormai superato quota 20 miliardi di euro, e che va a pesare, oltre che sulle casse dello Stato, sulla salute dei suoi cittadini.

Inceneritori e salute: il pericolo diossina
Nel 2004, 120 paesi (tra cui il nostro) hanno sottoscritto un accordo, conosciuto come Convenzione di Stoccolma, con il quale si impegnano a limitare la produzione, intenzionale e non, di contaminanti organici persistenti (Pop). Tra i contaminanti direttamente imputabili all’attività degli inceneritori (furani, metalli pesanti etc...), uno dei più pericolosi (e noti) è la diossina. Le diossine si formano in particolari condizioni di temperatura in presenza di cloro. Ogni processo di combustione, in particolare di plastiche, porta alla loro formazione, e sono presenti nei fumi e nelle ceneri degli inceneritori. L’esposizione alle tossine è correlata allo sviluppo di tumori”, sostiene Patrizia Gentilini, Presidente Associazione Medici per l'Ambiente Isde Forlì: “ Dagli studi risulta che in Italia un lattante di 5 kg assume diossine da alcune decine fino a centinaia di volte superiori al limite massimo dell'UE”.

Uno studio condotto in Italia e pubblicato nel 2007 su Environmental Health ha in effetti attestato che, tra chi ha vissuto nel periodo compreso tra il 1960 e il 1996 nelle vicinanze di un inceneritore, il rischio di sarcoma è superiore di 3,3 volte alla norma. Va inoltre considerato che gli inceneritori rilasciano diossina nell’ambiente anche attraverso le scorie e i residui liquidi del filtraggio dei fumi, andando così a inquinare le acque e il suolo. E il rischio maggiore, in questo caso, è che la diossina passi nella catena alimentare. 


 

6 marzo 2010

Inceneritori in Italia: una fotografia degli impianti

Di seguito viene riportato un elenco degli inceneritori in Italia[1].

1. Impianti in Italia (2006)
Regione Numero
impianti
Provincia Comune Note
Piemonte 2 VB Mergozzo
VC Vercelli Non operativo
Lombardia 13 CR Cremona
VA Busto Arsizio
CO Como
MI Milano
Desio
Sesto S. Giovanni
Trezzo d'Adda
BS Brescia
BG Bergamo
Dalmine
PV Corteolona
Parona
LC Valmadrera
Trentino - Alto Adige 1 BZ Bolzano
Veneto 4 PD Padova
VR Verona
VI Schio
VE Venezia
Friuli - Venezia Giulia 1 TS Trieste
Emilia-Romagna 8 MO Modena
FE Ferrara
RE Reggio Emilia
BO Granarolo
RA Ravenna
RN Coriano
FC Forlì
PC Piacenza
Toscana 8 LI Livorno
FI Rufina Senza recupero d'energia
AR Arezzo
PT Montale
PI Ospedaletto
LU Castelnuovo di Garfagnana
Pietrasanta Non operativo
SI Poggibonsi
Marche 1 MC Tolentino
Umbria 2 TR Terni
Lazio 4 FR S Vittore del Lazio
RM Colleferro A Sotto sequestro (a.g.)[2]
Colleferro B
Malagrotta Sotto sequestro (a.g.)[3]
Campania 1 NA Acerra
Puglia 2 TA Massafra Sotto sequestro (a.g.)[4]
TA Statte Non operativo
Basilicata 2 PZ Melfi
PZ Potenza In fase di pre-collaudo
Calabria 1 RC Gioia Tauro Sotto sequestro (a.g.)
Sicilia 1 ME Messina Senza recupero d'energia
Sardegna 2 CA Capoterra
NU Macomer
Totale 51 - - -


6 marzo 2009

Nel Belpaese dei privilegi: quell'extra che rende diversi.

Lo sappiamo in pochi ma lo abbiamo sempre saputo. eppure ogni volta:
CHE SCHIFO........
_______________________
di ANTONELLO CAPORALE
www.repubblica.it

Sarà un anno orribile questo, l'ha garantito ieri Giulio Tremonti. La fila dei disoccupati agli angoli delle fabbriche misura oramai esattamente la distanza che separa la moltitudine, di ogni ceto, razza, lingua e religione, dagli eletti. Segno dei tempi è il ragù politico, il piatto di pasta servito alla buvette dei senatori il cui costo - collassato a un euro e cinquanta centesimi per deliberata e generosa scelta del gestore del catering - è stato fatto subito risalire dal presidente del Senato a un euro e ottanta, più in linea e rispettoso dei sentimenti dell'opinione pubblica. C'è una parola, una sola, che pone alcuni lavori fuori dal comune, li innalza e li tonifica: il privilegio. L'extra che cambia il corso della busta paga, consola la vita anche quando è sul punto di finire. E produce quel miracolo che appunto si definisce privilegio, frutto del diritto che cambia natura. Tutto ha un prezzo. Il silenzio, per esempio. Stare zitti è una fatica e ha il giusto costo. E morire, oltre al dolore inconsolabile, comporta una serie infinita di pratiche e di cerimonie che vanno obbligatoriamente fatturate. L'Iva, la maledetta Iva. Il premio alla carriera. Una questione a parte, senza volere entrare nel merito del tema che qui lambisce la terra e il cielo, è il pacchetto dei premi fine vita. Apriamo parentesi. Prima della morte, ma forse più dolorosa di essa, c'è la fine della carriera politica, la fine dei sogni e della gloria. Il politico che lascia ottiene un vitalizio. Lo dice la parola stessa: il vitalizio non è la pensione e quindi lo si può raccogliere, a certe condizioni, anche da giovani. E' qualcosa di diverso e, stando all'etimo, sicuramente di vitale.
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Antonio Martusciello a soli 46 anni ha lasciato Montecitorio. Per quattordici anni di fila ha servito le Istituzioni e Forza Italia. Se riscatta quattro anni di contributi può godere di un vitalizio formidabile: 7.958 euro (lordi) mensili. E il 49enne Alfonso Pecoraro Scanio, 16 anni trascorsi a Montecitorio, con un minimo riscatto raggiunge il traguardo degli 8.836 euro (lordi) in tasca, senza temere i nuovi ricalcoli pensionistici, il famigerato scalone, espressione che indica ancora lavoro e ancora per tanti anni per i sessantenni. Oltre al vitalizio, conquistato calcando la scena, a fine carriera si aggiunge un affidamento in danaro a titolo di "solidarietà" o di "reinserimento sociale". L'assegno è pari all'80 per cento dell'indennità per il numero degli anni in cui ha frequentato il Potere. Ti hanno cacciato dal Parlamento e ora? L'anziano Armando Cossutta ha ottenuto 345.600 euro, per esempio. Il più giovane Clemente Mastella 307.328 euro. Proprio Mastella, causa licenziamento, ha raccolto il dovuto: vitalizio (9600 euro lordi mensili) e assegno di solidarietà. Ma il reinserimento sociale non è riuscito, Clemente ha vagato meno di un anno e sta per tornare nel punto esatto da dove era partito. L'indennità funeraria. Trombato e premiato perciò. L'indennità, e qui entriamo in una speciale categoria, accompagna la vita del vivo e permette di dare sollievo ai familiari qualora il de cuius abbia davvero deciso di smettere e per sempre. In Veneto si chiamava indennità funeraria. In Sicilia, forse per non dare nell'occhio, la tipologia si è classificata più proletariamente come "sussidio di lutto". Così, il deputato palermitano Giovanni Ardizzone non ha fatto mistero di aver avuto una qualche perplessità anche di natura scaramantica allorché, nel corso del suo mandato di questore dell'Assemblea siciliana, si è trovato a firmare un paio di provvedimenti che erogavano "sussidi di lutto". E ha scoperto, dopo aver chiesto delucidazioni, che nella ricca e antica collezione di decreti del consiglio di presidenza dell'Ars c'è un atto che concede una somma fino a 5 mila euro per le spese relative a funerali di deputati in carica o cessati dal mandato. Soldi ovviamente destinati alle famiglie del caro onorevole estinto. Se l'è cavata magnificamente Ardizzone: "Cosa dire? Noi parlamentari siamo previdenti: pensiamo al nostro futuro. Anche dopo la morte". Nel 2007 per i "sussidi di lutto" in Sicilia sono stati spesi 36.151 euro. In Veneto non si sa, ma il presidente del consiglio regionale, il leghista Marino Finozzi, interrogato sul triste tema del trapasso, ebbe come un sobbalzo e sinceramente rispose: "Io penso che un contributo pubblico alle spese di funerale per una persona che ha speso 10, 15 o più anni della vita per servire le istituzioni e i cittadini non sia un grande scandalo". Tocchiamo ferro e badiamo al presente. È un'ora grave, la recessione economica sta travolgendo consuetudini quasi secolari: il Quirinale ha detto addio a 37 corazzieri (da 260 passeranno a 223) le senatrici hanno visto abolito il loro assegno per il parrucchiere, un bonus mensile di 150 euro. "Sono ancora piccole cose", hanno scritto i senatori questori. Piccole ma che danno il segno di un'era nuova, e dei sacrifici che attendono davvero tutti. La corsia preferenziale. Le piccole cose si fanno poi grandi col crescere delle responsabilità. Conoscete un privilegio più tondo ed esibito di una guida contromano? Il comune di Palermo ha deliberato che i politici, di ogni risma e colore, debbano essere agevolati nel loro movimento. Viaggeranno in corsia preferenziale, ridurranno a una legittima concessione contromano l'attesa di far presto e bene. Ogni cosa al suo posto e ogni responsabilità al livello che merita. Il 22 agosto scorso una circolare di palazzo Chigi ha riclassificato le urgenze e le potestà mutando nel profondo le condizioni del passaggio aereo di Stato. Romano Prodi aveva incautamente ristretto il numero dei beneficiati obbligando persino fior fiore di ministri a giustificare la propria richiesta di volare alto e bene. Silvio Berlusconi ha ricondotto la spesa nei suoi limiti fisiologici: qualche milione di euro in più si spenderà, e però vuoi mettere la resa? Efficienza e velocità per tutti. Quindi tutti imbarcati: premier e consiglieri, ministri e viceministri, persino sottosegretari. Quando e come chiedono, facendo attenzione solo alle coincidenze. Il costo del silenzio. Bisogna capirsi - e una volta per tutte - dove finisce il privilegio e dove inizia il dovere. L'obbligo per esempio di tenere la bocca cucita. Quando i capi dei servizi segreti Emilio Del Mese, Niccolò Pollari e Mario Mori hanno lasciato il comando, l'Espresso - curioso - fece due conti sulla liquidazione straordinaria che avrebbero ricevuto: la fissò in un milione e ottocentomila euro. Tra le tante voci che avrebbero prodotto una pensione da favola (circa 31 mila euro lordi al mese) per una carriera quarantennale davvero straordinaria bisognò tener conto anche del tributo a una vita pericolosa e soprattutto silenziosa. Allo stipendio si aggiunge infatti, per chi opera nei servizi, un'indennità particolare di funzione che, tra gli addetti, viene definita "indennità di silenzio" e quasi raddoppia l'emolumento base. Voce che poi, alla fine della carriera, viene conteggiata per la quiescenza. Silenzio d'oro, compenso perpetuo. Ma è un trattamento riservato unicamente ai capi. I sottoposti, al momento della pensione, non si portano dietro quella ricca indennità. Questi tempi moderni hanno anche impresso un'autentica accelerazione allo scambio di idee e di proposte. Con internet tutto si è fatto non solo più semplice ma straordinariamente veloce. E sia il Senato che la Camera consegnano a ciascun eletto, ad ogni inizio di legislatura, hardware e software necessari. Il parlamentare riceve il suo computer (che a fine mandato conserverà) in modo che ovunque si trovi, ovunque, sia nella condizione di lavorare. Qualche mese fa la signora Anna, disperata, (tre figli minorenni e senza lavoro) ha scritto una mail a tutti i parlamentari e ha invocato aiuto. Anna non esisteva e la sua disperazione era finta. Era un modo per testare l'apparato tecnologico in dotazione. Dal momento dell'invio al momento della lettura della mail sono trascorse in media due settimane. Il 42 per cento dei senatori aveva però e purtroppo la casella di posta piena. Alla signora Anna hanno alla fine risposto in 26 che, su 994 destinatari, rappresenta il 2,7 per cento. Non male. Auto blu e super autista. A ciascuno il suo e ad alcuni autisti, per esempio, una retribuzione maiuscola, calcolata sul giusto: il rischio, la velocità, la fatica di guidare anche di notte. Di pochi giorni fa la notizia che la Camera dei deputati ha riconosciuto, dopo una annosa vertenza, il secondo livello retributivo ai suoi autisti. Porterà a 10.164 euro la retribuzione mensile lorda (dopo 35 anni di lavoro) a chi conduce l'auto blu. Più di quattromila euro netti al mese. Tre autisti dell'Atac ci vogliono per farne uno della Camera. Ma il Parlamento è un mondo a parte, non fa testo. Un bravo barbiere, se riesce a imboccare il portone di Montecitorio, supera in progressione e di molto lo stipendio di un magistrato d'appello (fermo a 98mila euro l'anno), e un operaio specializzato (tubista, elettricista) se ha la ventura di lavorare alla Camera è sicuramente nella condizione di raggiungere e superare lo stipendio di un professore universitario, persino di un cattedratico barone. Alla Camera ogni cosa ha costi elevatissimi, e persino le spese minute diventano mostruose: l'anno scorso 650 mila euro sono volati via proprio per la minutaglia, le spese vagabonde. Ma lì anche gli appendiabiti e chissà quale altro accessorio dei guardaroba (giacché le guardarobiere sono pagate a parte) sono valsi nell'ultimo bilancio un accantonamento monstre: 205 mila euro. Disse Goffredo Bettini, al momento di metter piede a Montecitorio: "Mio padre mi ha lasciato ricco. Sono diventato assai meno ricco quando per anni, come segretario del Pci di Roma non ho preso lo stipendio. Tuttavia il mio partito mi ha restituito i privilegi eleggendomi prima alla Regione e poi in Parlamento". Privilegiato, esatto. Tra le cento carezze parlamentari anche una voce destinata alla lingua, a parlar bene e a farsi intendere meglio. Per la formazione linguistica ai deputati investiti nel 2008 900mila euro. In Parlamento si parla, nevvero?
(6 marzo 2009) Tutti gli articoli di politica